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Donne elette al Parlamento Europeo in rapporto al totale eletti per singolo paese

Il grafico è relativo alla legislatura 2004/2009 e si basa sulla percentuale delle donne elette rispetto al totale eletti di ciascun paese. Più alta è la percentuale di donne elette e più il paese viene colorato di scuro.

Percentuale delle donne elette nei singoli paesi dell’Unione Europea

  1. Estonia 50,00%
  2. Lussemburgo 50,00%
  3. Paesi Bassi 48,15%
  4. Svezia 47,37%
  5. Francia 44,87%
  6. Bulgaria 44,44%
  7. Danimarca 42,86%
  8. Repubblica di Slovenia 42,86%
  9. Finlandia 42,86%
  10. Lituania 41,67%
  11. Irlanda 38,46%
  12. Ungheria 37,50%
  13. Slovacchia 35,71%
  14. Germania 33,33%
  15. Lettonia 33,33%
  16. Belgio 31,82%
  17. Grecia 29,17%
  18. Romania 28,57%
  19. Austria 27,78%
  20. Spagna 25,00%
  21. Portogallo 25,00%
  22. Regno Unito 24,68%
  23. Repubblica ceca 20,83%
  24. Italia 20,51%
  25. Polonia 14,81%
  26. Cipro 0,00%
  27. Malta 0,00%

Reverse engineering #2

Dalla lettera dell’apostolo Veltroni: “Signor Presidente, il tempo è pochissimo. Troppo ne è stato sprecato da marzo ad oggi, fino ad arrivare al limite temporale delle possibilità di sopravvivenza dell’azienda. Tuttavia noi, senza sconti sulle responsabilità politiche di questi anni, faremo quanto è possibile per aiutare tutte le parti a modificare, almeno in parte, le proprie posizioni. Ma il Governo deve favorire con una sua iniziativa urgente il riposizionamento di tutti gli attori.”

Dai, dai… mettemose d’accordo.

Un deputato su tre fa uso certo di droghe

Un deputato su tre ha fatto uso di droghe negli ultimi tre giorni: questo risulta dal prelievo, fatto con mezzi attendibili al 100%, dalle Iene.

Condiderazione 1: se si potesse retrocedere a un mese la possibilità di rilevazione delll’uso degli stupefacenti rispetto alla data del test la statistica probabilmente salirebbe intorno al 60%.

Considerazione 2: se si includessero i vari antidepresivi, stimolanti, alcolici ecc., insomma le droghe legali (ma non per questo meno dannose, anzi), la percentuale si attesterebbe intorno al 100%.

Conclusione: si sapeva già. Ed è la fotografia esatta del paese. Un popolo di ipocriti governato da ipocriti.

Piero Welby: caro Presidente, voglio l’eutanasia

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, presentata il 21 settembre 2006 in una conferenza stampa presso la Sala stampa della Camera dei deputati.

21 settembre 2006
Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Caro Presidente,

scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.

Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.

La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all’eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.

Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.

Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.

Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

In Italia le darebbero dell’antisemita e non la pubblicherebbero…

Di Amira Hass, giornalista israeliana

Tratto dal quotidiano israeliano Haaretz, 30/08/06

Lasciamo da parte quegli israeliani la cui ideologia sostiene che l’espulsione della popolazione palestinese dalle sue terre è giusta perché “Dio ci ha prescelto”. Lasciamo da parte i giudici che danno copertura ad ogni politica militare volta ad uccidere e a distruggere. Lasciamo da parte i comandanti militari che deliberatamente imprigionano un intera nazione in recinti circondati da mura, fortificati da torrette, pistole, filo spinato proiettori di luce accecanti. Lasciamo da parte i ministri. Tutti questi non vengono presi in considerazione come collaboratori. Coloro sono gli architetti, i pianificatori, i disegnatori, gli esecutori.

Ma ce ne sono altri. Storici e matematici, editori famosi, star dei media, psicologi e dottori di famiglia, avvocati, che non vogliono sostenere Gush Emunin e Kadima, insegnanti ed educatori, amanti delle escursioni e delle canzoni di gruppo, maghi dell’high tech. Dove siete? E che ne è di voi, studiosi del Nazismo, dell’Olocausto e dei Gulag sovietici? Potreste davvero essere favorevoli a leggi sistematicamente discriminanti? Leggi che dichiarano che gli Arabi della Galilea non saranno neanche compensati dai danni della guerra con la stessa cifra che compete ai loro vicini ebrei (Aryeh Dayan, Haaretz, 21 Agosto).

E’ possibile che siate tutti a favore di una legge di cittadinanza razzista che proibisce agli arabi israeliani di vivere con le loro famiglie nelle proprie case? Che continuate con l’espropriazione delle terre e la demolizione di ulteriori frutteti, per la costruzione di un nuovo blocco di insediamenti e per un’altra strada solo ed esclusivamente per gli ebrei? Che tutti sosteniate i bombardamenti e l’uccisione di vecchi e giovani nella Striscia di Gaza? E’ possibile che tutti voi concordiate sul fatto che un terzo della Cisgiordania (La Valle del Giordano) dovrebbe essere off limit per i palestinesi? Che tutti sosteniate una politica israeliana che proibisce a decine di migliaia di palestinesi che hanno ottenuto una cittadinanza straniera di ritornare dalle loro famiglie nei territori occupati?

Possibile che la vostra mente abbia accettato un lavaggio del cervello in nome della sicurezza, usata per impedire agli studenti di Gaza di studiare terapia dell’occupazione a Betlemme e medicina ad Abu Dis, e impedendo alle persone malate di Rafah di ricevere cure mediche a Ramallah? Trovereste altrettanto facile nascondersi dietro la spiegazione “noi non ne abbiamo idea”: non avevamo idea che la discriminazione attuata nella distribuzione dell’acqua – che è esclusivamente controllata da Israele – lasci migliaia di famiglie palestinesi senza acqua durante i caldi mesi estivi; non avevamo idea che quando l’IDF blocca l’entrata dei villaggi, blocca anche i loro accessi alle fonti o alle cisterne d’acqua.

Ma non può proprio essere che non vediate i cancelli di ferro lungo la superstrada 344 in Cisgiordania, che bloccano l’accesso ai palestinesi dei villaggi che percorre. Non è possibile che sosteniate l’impedimento dell’accesso a migliaia di contadini alle loro terre e piantagioni, che sosteniate la quarantena di Gaza che impedisce l’entrata di medicinali per gli ospedali, il disagio elettrico e la fornitura d’acqua a un 1.4 milioni di esseri umani, chiudendo il loro unico accesso al mondo per mesi.

E’ possibile che non sappiate che cosa stia succedendo a 15 minuti dalle vostre facoltà e dai vostri uffici? E’ plausibile che sosteniate il sistema in base al quale i soldati ebrei, ai checkpoint nel cuore della Cisgiordania, lascino decine di migliaia di persone aspettare ogni giorno per ore e ore sotto il sole cuocente, mentre selezionano: ai residente di Nablus e Tul Karm non è permesso passare, dai 35 anni in giù, yallah, tornate a Jenin, ai residenti del villaggio di Salem non è neanche permesso trovarsi qui, una donna malata che salta la fila deve imparare la lezione e sarà deliberatamente trattenuta per ore. Il sito di Machsom Watch’s è accessibile a tutti; in esso sono raccolte innumerevoli testimonianze e peggio, la routine del giorno dopo giorno. Ma non può essere che coloro che impallidiscono per ogni svastica dipinta su una tomba in Francia e per ogni titolo antisemita apparso nei giornali locali spagnoli non sappiano come ottenere queste informazioni, e che non impallidiscano e si sentano oltraggiati.

Come ebrei tutti godiamo del privilegio datoci da Israele, e ciò ci rende tutti collaboratori. La questione è che cosa fa ognuno di noi nella propria vita quotidiana, in modo diretto o indiretto, per minimizzare la cooperazione con un regime che opprime ed espropria e che non si sazia mai. Firmare una petizione e scalpitare non servirà. Israele è una democrazia per i suoi ebrei. Le nostre vite non sono in pericolo, non saremo imprigionati nei campi di concentramento, i nostri mezzi non saranno danneggiati e la ricreazione nella campagna o all’estero non ci sarà negata. Per questo, il peso della collaborazione e di una diretta responsabilità è inequivocabilmente pesante.

Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Teresa Maisano

(Fonte: Salam(e)lik)

Finalmente qualcuno fa sul serio

E poi speriamo tocchi a notai, avvocati, architetti, ingegneri, medici ecc. 

CAPEZZONE, NO A ORDINE GIORNALISTI
Polemiche per proposta, Storace la presentera’ al Senato

(ANSA) – ROMA, 11 AGO – Abolire l’Ordine dei giornalisti: e’ l’obiettivo di una proposta di legge illustrata oggi da Daniele Capezzone. L’esponente radicale propone di istituire una carta d’identita’ professionale che certifichi l’effettivo esercizio della professione. Per Del Boca (Odg) sarebbe un grave errore, mentre Tucci (Odg del Lazio) tuona ‘giu’ le mani’. D’accordo con Capezzone l’Aduc che invita il Paese a mobilitarsi, mentre Storace (An) promette: presentero’ il pdl al Senato.

2006-08-11 18:24 (Fonte: sito dell’ANSA)

In ricordo di Luca Coscioni

Oggi è morto Luca Coscioni, un grande uomo vittima dell’oscurantismo più bieco e crudele, prima ancora che della sclerosi laterale amiotrofica. Non si può più aspettare, deve vincere il silenzio della libertà.

Noi che non possiamo aspettare (dal libro di Luca Coscioni, Il Maratoneta)

C’era un tempo per i miracoli della fede. C’è un tempo per i miracoli della Scienza. Un giorno, il mio medico potrà, lo spero, dirmi: Prova ad alzarti, perché forse cammini.

Ma, non ho molto tempo, non abbiamo molto tempo.

E, tra una lacrima ed un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno certo bisogno degli anatemi dei fondamentalisti religiosi, ma del silenzio della libertà, che è democrazia. Le nostre esistenze hanno bisogno di una cura, di una cura per corpi e spiriti.
Le nostre esistenze hanno bisogno di libertà per la ricerca scientifica. Ma, non possono aspettare.
Non possono aspettare le scuse di uno dei prossimi Papi.